Le difficoltà e disagi del figlio, un’opportunità per il genitore. (Un’opportunità da non perdere)

“Buongiorno dottore. Non ce la faccio più! Mi sono presa parole per mezzora per essermi proposta di accompagnarlo, nell’andata o per il ritorno ad una festa. No! La mamma di un suo amico può portarlo avanti e indietro, io invece non sono nessuno per poterlo fare! Mi tratta sempre male, non vuole mi intrometta in nulla… neanche con la scuola dove sta andando da cani fin dalle medie. Da sempre gli ho sempre fatto tutto. Credo di aver dato e fatto il massimo per questo figlio, come per gli altri… sicuramente sbagliando per aver fatto troppo… Mi dica lei cosa devo fare. Grazie”. Nella cortese risposta che devo dare a questo messaggio, non riesco ad esimermi dall’inviare un: “Le credo signora, ha fatto il massimo, solo che nelle relazioni con i nostri figli non esistono né misure del quanto e come dare e né tantomeno metodi precostituiti da adottare”.

Da parecchi anni mi esprimo, lavoro, acquisisco e sto vicino soprattutto a ragazzi e ragazze adolescenti, giovani adulti e, sempre più spesso lo esigo, ai loro genitori. Il mio “operare” e “condividermi” con loro, nell’arricchirmi mi ha anche permesso un’idea, uno studio tanto obiettivo quanto semplice, delle tendenze da cui è bene difendersi e dei comportamenti da evitare nei riguardi dei propri figli. In questo caso non mi riferisco ai difetti morali, da cui i genitori sono afflitti come tutti gli esseri umani, ma mi riferisco invece, e soprattutto, agli errori intrinseci al loro compito, cioè quelli che si manifestano nell’esercizio stesso del loro mestiere di genitori.
Senza tanto sforzo, i genitori possono ricordarsi di essere stati bambini. Dato però che i figli non sono mai stati genitori, fanno naturalmente una gran fatica ad immaginare che il proprio padre e la propria madre possano avere come loro difficoltà da vincere, ostacoli interni ed esterni da superare, problemi da risolvere e, infine, mille scrupoli ed incertezze. A loro, nell’infanzia, gli adulti sembrano generalmente divinità arbitrarie ed onnipotenti, per poi accusarli più facilmente di cattiveria o di fallibilità nel momento in cui cominciano ad avere, nella fase adolescenziale, propri interessi e bisogni interiori che non sentono capiti, compresi o condivisi dai genitori. Dobbiamo però riconoscere, a loro discolpa, che gli adulti, sia per pudore che per amor proprio, dissimulano spesso ai figli le loro debolezze. In parte possiamo dire che hanno probabilmente ragione a mantenersi così discreti, perché i figli soffrono delle manchevolezze dei genitori, ed in realtà non vi credono se non quando siano essi stessi a scoprirle. Ma a questo punto accade che, per reazione, li guardino poi con una severità pari alla loro delusione. Inoltre, nelle difficoltà, ma non solo, non basta conoscere e comprendere le reazioni del proprio figlio, bisogna anche conoscere e capire le proprie reazioni di genitore e, le reazioni dei figli ad esse.

A livello psicologico, è proprio quello che si può chiamare “reazione a catena”, dove per controllare tale catena, bisogna senza falsi pudori cominciare con il controllare quegli anelli che passano attraverso i genitori. Preso in tale senso, questo pensiero non deve apparire come un attacco o una critica negativa, in quanto risponde a disegni molto differenti e soprattutto costruttivi. In realtà ho intrapreso questo pensiero per cercare, seppur minimamente, di aiutare padri e madri di famiglia a far proprio che quanto più essi cercano di rendere le loro azioni educative maggiormente efficaci, tanto più cominciano con l’agire su ciò che dipende veramente da loro e cioè su sé stessi.
Grandi o piccoli che siano i loro difetti, i genitori hanno il dovere di individuarli, di riconoscerli, di valutare le conseguenze che possono avere sui figli, perché i difetti dei genitori possono generare ed essere, con molta probabilità, all’origine dei difetti dei loro figli e con i ragazzi abbiamo il dovere, perlomeno di cercare di non sbagliare. Un difetto del figlio non è la mancanza di una qualche dote o qualità necessaria per essere perfetti che si instaura in modo naturale alla nascita. É bensì un modo particolare che egli ha nel reagire alle esigenze del mondo esterno dove rivela delle difficoltà di adattamento. Un ragazzo “difficile” o che soffre di un qualche “disagio” è quindi quasi sempre un ragazzo che ha delle difficoltà.
Se penso quindi ai difetti, sia dei genitori e sia dei figli, non posso usare due pesi e due misure e per questo non ho motivo di negare ai genitori ciò che concedo ai figli. Di qui, la mia convinzione che un genitore in difficoltà con il figlio, è prima di tutto un genitore in difficoltà con sé stesso.
Anche se la maggior parte dei difetti dei ragazzi ha origine dagli atteggiamenti, dalle reazioni e dal comportamento di chi li ha generati, e dal quale non possiamo trarre altra conclusione che questi siano quindi molto più colpevoli dei ragazzi stessi, non è assolutamente mia intenzione lanciare un atto di accusa. Desidero invece, soprattutto provare ad aiutare i genitori a capire sé stessi, i loro figli e le loro figlie. Personalmente quello che più mi affascina e ricerco con sempre maggior continuità, è lo stare vicino ai figli, proponendomi sempre più di conoscere meglio i genitori, per capire e scoprire come essi, malgrado errori ed inettitudini, si comportino spesso in modo sbagliato soltanto per amore e per desiderio di far bene.

Credo quindi che un figlio in difficoltà sia prima di tutto un’opportunità di crescita per il proprio genitore. Su queste basi, credo che ogni genitore, tutti, debbano pensare ai propri figli prima di tutto proprio come un’opportunità per la propria crescita. Solo così ci potrà essere una maggior espressione da parte anche di ognuno dei nostri figli. D’altronde genitori non si nasce, non lo si è perlomeno fino al giorno del concepimento, è da lì che si inizia ad esserlo, crescendo poi di pari passo sia come persona e sia come genitore, condividendo la crescita del proprio figlio.

A cura di:

Natalino Trentin

Psicologo – Esperto in orientamento scolastico e professionale
  • Lavora in particolare con bambini, adolescenti, giovani adulti e, ove necessario, le loro famiglie come esperto di orientamento scolastico e professionale.
  • Si occupa anche di potenziamento cognitivo (metodo Feuerstein) e sta conseguendo un master per i DSA (disturbi specifici dell’apprendimento).

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