Procrastinazione – un’incapacità a gestire le proprie emozioni e non il proprio tempo

Frequentemente nella nostra quotidianità viviamo la forte tentazione di rimandare degli impegni, delle situazioni o di prendere delle decisioni, in quanto spinti dalla sensazione che vi sarà sicuramente un momento migliore in futuro per occuparsene, pur sapendo che il posticipare tale attività porterà solo ad un beneficio momentaneo. Il fenomeno del procrastinare è talvolta spiegato in termini di pigrizia, problemi di pianificazione, cattiva gestione del tempo; senza cogliere tuttavia la tonalità emotiva che accompagna quel compito ­­– spesso emozioni negative – senso di inefficacia ed inadeguatezza, paura, ansia, frustrazione, insicurezza, rabbia.
Come brevemente spiegato in questo articolo, una nuova prospettiva è invece quella di comprendere il proprio ‘sentire’ emotivo legato alla situazione che si tende a procrastinare, perché solo questo permetterà di ‘comprender-si’, dando un nuovo senso al proprio agire.
Procrastinare deriva dal latino (‘pro’ avanti; ‘crastinus’ di domani) ‘rimandare al domani’; e allo stesso tempo riprende anche il termine greco akrasia, letteralmente ‘mancanza di comando’, ovvero debolezza di volontà, incapacità di agire secondo principi ragionevoli. Infatti, sebbene vi sia consapevolezza che il procrastinare possa essere dannoso per il proprio benessere, in termini di stress e salute psicofisica, tale comportamento irrazionale rimane molto diffuso nella popolazione adulta, in cui circa il 20-25% si definisce un procrastinatore cronico (Sirois & Pychyl, 2016). In particolare, la maggior parte delle persone non riesce a superare l’impasse della procrastinazione a causa di un’incapacità nel gestire le emozioni negative associate alla situazione.
Non si tratta di un difetto caratteriale o di un problema di produttività, quanto di un meccanismo automatico (‘strategia di coping’) utilizzato per fronteggiare le difficoltà — in cui si tende a dare priorità ad una risoluzione immediata degli stati d’animo negativi tramite l’evitamento dell’attività stessa. Tale avversione per una specifica situazione o compito può essere dovuto alla sgradevolezza intrinseca (ad es., un compito noioso), ma più frequentemente è indotta da sentimenti più profondi, come insicurezza e disistima di sé (ad es., pensieri di non essere abbastanza intelligente, la paura di essere giudicati negativamente). Questa tonalità emotiva non fa che incrementare le associazioni negative legate all’attività, le quali si presenteranno ogni volta che si cercherà di tornare al compito, a sua volta accompagnato da un progressivo stress, forte senso di colpa ed ansia.
Numerose evidenze scientifiche hanno studiato i pensieri ruminativi ed auto-colpevolizzanti che molti tendono ad esperire a seguito della procrastinazione, nota come “cognizione procrastinatoria” (Sirois & Pychyl, 2016). Tuttavia, tali pensieri sulla procrastinazione incrementano a loro volta lo stress e conseguentemente la procrastinazione stessa. Ciò che infine alimenta il circolo vizioso della procrastinazione è il sollievo momentaneo che si prova quando si posticipa l’attività oppure che si ricava dalle distrazioni: motivo per cui tale comportamento non è sporadico ma tende a cronicizzare. Purtroppo, la procrastinazione cronica ha degli effetti deleteri nel lungo termine, che non devono essere sottovalutati e che impattano non solo sulla produttività della persona, ma sulla sua salute fisica e mentale, tra cui stress cronico, scarsa soddisfazione, sintomi ansioso-depressivi, attuazione di comportamenti disadattivi per la propria salute e anche un maggior rischio di ipertensione e malattie cardiovascolari (Sirois & Pychyl, 2016).
Procrastinare significa quindi non saper gestire le proprie emozioni negative, piuttosto che il proprio tempo o produttività. Sarà fondamentale quindi comprendere il senso della propria sofferenza, ovvero ‘comprender-si’. Diversi studi hanno dimostrato come sia efficace superare la tensione emotiva negativa, tramite l’auto-compassione, che consiste nel prendersi cura di sé, trattando se stessi con gentilezza, concentrandosi sulla comprensione di sé con sentimenti di perdono e maggior consapevolezza dei propri limiti e risorse (Sirois, 2014; Wohl, Pychyl, & Bennett, 2010). L’auto-compassione, non solo diminuisce il disagio psicologico, ma supporta anche la motivazione, la crescita personale e migliora la stima di sé, favorendo emozioni positive come ottimismo, curiosità e maggior iniziativa personale. Quindi, piuttosto che attuare strategie di evitamento di determinate emozioni negative, si deve cercare di comprenderle.
Infine, dopo l’ascolto e comprensione di Sé sarà importante cambiare i propri modi di fare esperienza; per smettere di procrastinare bisogna sicuramente concentrarsi sull’azione, senza aspettare il momento perfetto per affrontare una certa situazione. La motivazione seguirà l’azione e il cambiamento dei propri modi di fare esperienza permetterà una trasformazione di Sé.
La procrastinazione tende ad essere una lotta solitaria, ma se si avverte questo tipo di disagio e sofferenza è fondamentale rivolgersi ad un professionista, che tramite un percorso di psicoterapia individuale aiuti il processo di comprensione di Sé e conseguentemente di trasformazione dei modi di fare esperienza nel mondo.

Sirois, F. M., & Pychyl, T. A. (2016). Procrastination, health, and well-being. Academic Press.
Sirois, F. M. (2014). Procrastination and stress: exploring the role of self-compassion. Self and Identity, 13, 128–145.
Wohl, M. J., Pychyl, T. A., & Bennett, S. H. (2010). I forgive myself, now I can study: how self-forgiveness for procrastinating can reduce future procrastination. Personality and Individual Differences, 48(7), 803–808.

 

 

 

A cura di:

Eleonora Fiorenzato

Psicologa – Psicoterapeuta
Dottore di Ricerca in Scienze Psicologiche

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