Il ruolo psicologico delle aspettative

Le aspettative rappresentano ciò che pensiamo accadrà mentre la realtà è ciò che effettivamente traspare. Anche se spesso ci auguriamo che queste combacino, di frequente ciò non accade e la disparità tra le aspettative rispetto alla realtà può spesso portare a sentimenti di malcontento e infelicità. Le aspettative si riferiscono alle convinzioni che possiamo avere sugli esiti degli eventi, possono svolgere un ruolo importante nel determinare cosa succede e possono portare ad azioni dirette all’obiettivo ma possono anche arrecare grande delusione quando la realtà non corrisponde a ciò che speravamo sarebbe successo fino ad influire negativamente sulla nostra salute mentale. Esse influenzano il modo in cui pensiamo e ci comportiamo ma manche il modo in cui gli altri si comportano nei nostri confronti, il tutto contribuisce a determinare ciò che accade nelle nostre vite. Abbiamo tutti fatto esperienza del fatto che a volte bastano pochi secondi per crearci uno scenario ideale nella nostra mente e aggrapparci alle aspettative che abbiamo creato, questo avviene in senso positivo e negativo. Ad esempio quando proviamo ansia spesso tendiamo ad aspettarci il peggio da qualsiasi situazione, il che può incidere negativamente sulla nostra esperienza. Possiamo infatti costruire aspettative di scenari disastrosi che ci fanno provare emozioni negative prima di conoscere quanto avverrà realmente e rimanere sospesi in questa situazione per un tempo più o meno lungo. In questi casi alla fine ci sentiamo sollevati quando l’aspettativa non sarà paradossalmente all’altezza della realtà.
C’è una ricchezza di prove scientifiche che ci aiutano a capire l’impatto psicologico delle aspettative sulle nostre vite. Ad esempio pensiamo al famoso effetto placebo cioè a quelle situazioni nelle quali si manifesta un effetto benefico sui soggetti dovuto ad una sostanza priva di alcuna proprietà utile specifica. Tale effetto è quindi dovuto alla convinzione di una persona che la sostanza sarà utile. L’effetto placebo è stato ben dimostrato negli studi clinici sui farmaci risultando evidente che l’assunzione di una sostanza inattiva, come una pillola di zucchero, può migliorare le condizioni di un paziente laddove questo pensa di assumere una sostanza attiva. L’effetto placebo è una reazione reale ed è stato dimostrato verificarsi tra il 15% e l’80% delle volte. Quanto accade non si verifica solo nella testa di una persona in quanto possiamo asserire che aspettarsi un esito positivo per la propria salute, in molti casi, può favorire già veri e propri cambiamenti fisiologici che determinano un miglioramento.
Per quanto riguarda le aspettative negative teniamo presente che, per la nostra psiche, hanno la tendenza ad essere più forti rispetto alle positive. Questo è spiegato dalle teorie evoluzionistiche che enfatizzano il costo dell’errore. Ad esempio, sarà molto probabile che il costo della mancata identificazione di una situazione pericolosa, e quindi del mancato evitamento, sia superiore al costo della mancata identificazione di una situazione sicura. Ad esempio, non riconoscere un leone come pericoloso e avvicinarsi ad esso implica un reale pericolo per la propria vita mentre non identificare un gatto domestico come sicuro ed evitarlo non avrà conseguenze deleterie.

Pensiamo un attimo anche all’influenza che le aspettative possono avere in ambito sociale e quindi anche lavorativo e famigliare. Parleremo in questa sede di due fenomeni molto comuni che sono stati studiati scientificamente: l’”effetto alone” e la “profezia che si auto avvera”. L’”effetto alone” fu originariamente descritto in seguito ad esperimenti condotti negli anni ’20. I risultati di queste ricerche dimostrarono che i partecipanti che avevano dato valutazioni elevate ad una particolare qualità di una persona, avevano poi assegnato valutazioni altrettanto alte ad altre caratteristiche delle medesime persone.  Allo stesso modo le valutazioni negative di una specifica qualità portavano a valutazioni inferiori anche di altre caratteristiche.  L’effetto alone descrive così una scorciatoia cognitiva per cui le valutazioni iniziali positive o negative sono generalizzate ad altre aree, senza prove a sostegno di tali giudizi. Un altro fenomeno ben studiato è la “profezia che si auto avvera” che emerse da ricerche svoltesi in ambito sociologico e condotte sempre nella prima metà del ‘900. Questo effetto dimostra come una falsa credenza avvia una sequenza di eventi che si traducono in un risultato coerente con l’aspettativa stessa facendo avverare la falsa credenza originaria. Ad esempio, un capo può sottovalutare l’abilità di un nuovo stagista, magari proprio a causa dell’effetto alone per il quale il capo nota alcune caratteristiche che trova negative e poi le generalizza ad altre caratteristiche dello stagista. Il capo quindi crede che lo stagista sia meno capace di quanto non sia in realtà e lo tratta di conseguenza trascurandolo, non dandogli buoni incarichi stimolanti, eccetera. Lo stagista allora può iniziare a dubitare di se stesso e perdere motivazione fino al punto che le sue prestazioni ne risentono e il capo avrà conferma della sua aspettativa iniziale.

Capiamo come la psicologia abbia da tempo evidenziato il potere delle credenze e delle aspettative di plasmare la realtà, ma fino a che punto ciò è vero? 
Chiariamo subito che non ci sono prove scientifiche che i pensieri possano, da soli, influenzare l’andamento della realtà delle cose quindi, oltre che per buonsenso, possiamo condannare correnti di pensiero di questo tipo che tendono ad instillare la colpa nelle vittime. La conclusione alla quale si rischia di incorrere facilmente in questo caso, è che le persone che non ottengono ciò che vogliono, comprese quelle che non superano una malattia grave, non si sono sforzate abbastanza e non credevano abbastanza fermamente nel loro successo. Questa è una forma pensiero pericolosa per l’adulto in quanto allontana ed è lontana dalla realtà. Se per l’adulto questa forma di pensiero è pericolosa chiariamo che un tempo ha albergato in tutti noi, parliamo cioè del pensiero magico scoperto dallo studioso Jean Piaget a metà del ‘900. Piaget attraverso le sue ricerche constatò che i bambini fino ai 7 anni circa, spesso credono di poter influenzare la realtà con i loro pensieri Se questo tipo di pensiero da adulti è fondamentalmente delirante, dobbiamo riconoscere che lo abbiamo nutrito tutti ogni volta che abbiamo avuto aspettative non realistiche dovute principalmente proprio a quelle sfumature di pensiero magico che continuano ad albergare in noi da adulti. Possiamo spingerci oltre dicendo che a volte può essere più facile e comodo credere che aspettarsi che qualcosa accada basti perché quel qualcosa avvenga piuttosto che affrontare la realtà e misurarsi con le difficoltà che essa può presentare. Lo scotto da pagare in questi casi però, è che così facendo gettiamo le basi per le più cocenti delusioni.
Ciò di cui dovremmo essere consapevoli è che ciò che ci aspettiamo da noi stessi e dagli altri ha un potente potenziale cioè convinzioni e aspettative influenzano sì i risultati delle nostre vite, ma questo avviene perché influiscono sul modo in cui ci comportiamo. Quindi non si tratta solo il pensiero, ciò che conta in estrema sintesi è come quel pensiero influenza il nostro sentire e il nostro comportamento.  La realtà però non è lineare come potrebbe sembrare poiché siamo esseri complessi dotati di un ricco mondo inconscio che può influenzare fortemente le nostre aspettative, ciò può in parte spiegare perché esse sfuggano al nostro tentativo di controllarle razionalmente più spesso di quanto vorremmo. Possiamo ritrovarci affranti e smarriti davanti alla realtà convinti di aver effettuato valutazioni e scelte consapevoli che in realtà non lo erano affatto. Ecco allora che spingerci il più possibile verso il nostro mondo interno, senza paura, può davvero aiutarci a connetterci con la parte più autentica di noi stessi e quindi a fare anche scelte più consapevoli. E se questo vale per le nostre aspettative, vale ancora di più, se possibile, per quanto riguarda l’influenza delle aspettative che gli altri nutrono su di noi. Se finora abbiamo parlato della gestione delle nostre aspettative, rivolgiamo ora la nostra attenzione all’importanza che possono avere quelle degli altri nei nostri confronti, laddove per altri si intendono persone che hanno un’importanza per la persona stessa (famigliari, amici, compagni di vita, colleghi, superiori, eccetera). La maggior parte di queste aspettative non viene verbalizzata direttamente ma il loro potere è tanto potente quanto subdolo. Siamo spesso profondamente consapevoli delle aspettative che gli altri hanno su di noi e possiamo facilmente sentirci spinti a soddisfare queste richieste indirette pur di essere all’altezza delle loro aspettative. In questo modo però la nostra psiche rischia di diventare un luogo inospitale e confuso per noi stessi e rischieremo di dare spazio a tutt’altro che al nostro vero Sé. Laddove riusciamo a non farci reprimere, e a tratti spegnere, dalle aspettative altrui, possiamo fare emergere, sentire e alimentare qualcosa di ben più importante e di molto più autentico per noi e cioè le nostre aspirazioni. Queste ultime contemplano obiettivi su cui lavorare e il desiderio di ottenere di più ma senza la pressione stressante di aspettarselo. Se a guidarci sono le nostre aspirazioni e non le aspettative altrui o quelle irrealistiche nostre, vedremo le battute di arresto nelle quali ci imbatteremo come sfide piuttosto che come fallimenti o ostacoli. Se da un lato possiamo migliorare la qualità delle nostre aspettative personali e arginare quelle altrui, dall’altro concentrandoci sulle nostre aspirazioni eliminiamo la pressione che segue le aspettative e ci concediamo ancora l’entusiasmo e il desiderio di ottenere ciò che vogliamo davvero. Ecco che allora potremmo smettere di riporre le nostre speranze di felicità su aspettative che ipoteticamente saranno soddisfatte, non credere più che saremo felici solo se ciò che ci aspettiamo avverrà e profondamente infelici in caso contrario perché in fin dei conti questo tipo di pensiero posticipa la felicità, ipotecandola a una probabilità…Ne vale davvero la pena?

 

A cura di:

 

Roberta Cicchelli

Psicologa – Psicoterapeuta – Psicosomatista
Specializzazione in psicoterapia e psicosomatica ad orientamento psicodinamico e psicoanalitico

Email: robertacicchelli@yahoo.it

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