La complessità dell’attacco di panico

I disturbi d’ansia interessano una percentuale importante della popolazione italiana ed essendo così comuni sono oggetto di discussione anche in ambito non clinico – professionale. I social sono pieni di “consigli”, “opinioni”, “esperienze”, il web in generale rischia di diventare in questi casi, uno strumento che peggiora il vissuto del soggetto che finisce per essere bombardato da informazioni sconnesse e, soprattutto, generiche, che non tengono conto dell’unicità di ognuno. 
Ogni persona infatti, porta con sé una storia, una narrazione della propria storia, un contesto famigliare e culturale, un patrimonio genetico. Di tutto ciò si dovrebbe sempre tener conto in modo da facilitare una comprensione di sé più che del semplice sintomo. Quest’ultimo infatti è semplicemente un campanello, una richiesta di attenzione da parte di un sistema psichico sofferente che necessita di comprensione ed elaborazione affinché non sia obbligato, in futuro, a manifestare una qualsiasi altra sintomatologia al posto di un disturbo d’ansia. 
Che cos’è dunque un attacco di panico? E’ un episodio acuto d’ansia caratterizzato da tensione emotiva e terrore intollerabile che ostacola un’adeguata organizzazione del pensiero e dell’azione (Galimberti – Dizionario di Psicologia – UTET . La sua intensità è tale che lascia dietro un senso di totale esaurimento anche perché si manifesta sempre a livello psicosomatico. Le persone con disturbo di panico soffrono di molteplici attacchi apparentemente non correlati a situazioni specifiche. Apparentemente il panico si manifesti in assenza di uno stimolo minaccioso, come risultato dell’interazione di eventi di vita stressanti e vulnerabilità psicologiche nonché biologico traducibile in un temperamento che potrebbe predisporre il soggetto a vivere più facilmente stati d’ansia. Una caratteristica di questi attacchi è costituita dal fatto che i soggetti sentono di non avere nessun controllo. Quest’ultimo è un aspetto chiave di questa sintomatologia, molto spesso riportabile ad una vulnerabilità psicologica sviluppatasi in epoche precoci. I fattori ambientali durante l’infanzia possono svolgere un ruolo chiave nella formazione della fiducia nelle persone e nella loro capacità di controllare gli eventi futuri della vita e non solo.  Un senso di impotenza a fronte di un bisogno consolidato di mantenere il controllo, può determinare una vulnerabilità psicologia nell’esperienza della paura e dell’ansia in sé. Ecco che eventi considerati stressanti, passati e presenti, possono combinarsi ad una vulnerabilità biologica e psicologica ed innescare una risposta emotiva di paura e panico.
Spesso una delle prime cose che una persona cerca di fare quando si imbatte in disturbi ansiosi è di dare un senso a ciò che accade cercando un nesso di causalità. Ad esempio il paziente può dirsi:
“Sono rimasto chiuso in ascensore quando avevo 4 anni… Deve essere per questo che adesso ho paura dei luoghi chiusi ma questo mi porta ad evitare occasioni di socialità comuni! Ho paura!”
Nella quasi totalità dei casi però, questo ragionamento non è funzionale alla risoluzione del problema. Consideriamo, infatti, che se la nostra spiegazione dell’ansia fosse risolutiva, la stessa sarebbe dovuta sparire invece c’è il rischio che diventi un alibi che mantiene il soggetto in stallo.
Al contrario si può vivere un attacco di panico in situazioni considerate famigliari o comunque non ansiogene che da un momento all’altro diventano critiche, in questi casi lo smarrimento e la sensazione di impotenza prendono il sopravvento ancora più prepotentemente.
“Ho fatto molti viaggi in aereo ma durante l’ultimo viaggio di lavoro ho temuto di morire, di impazzire, è stato terrificante!”
Questo ci porta a supporre che la vera causa dell’ansia debba risiedere in qualcosa che ci sfugge. A tal proposito ricordiamo che non siamo influenzati solo dalle cose che ci accadono, ma dalla nostra interpretazione di esse e queste ultime sono sensibili a vari fattori. Ad esempio, una persona può avere la stessa esperienza di un’altra, ma ciò influenzerà molto più l’una che l’altra a causa del vissuto soggettivo di ciascuno, di come all’epoca lo ha elaborato. Tale elaborazione rischia di rimanere congelata nel tempo e ripresentarsi con le stesse caratteristiche in momenti particolari “a causa” di situazioni che fungono da stimolo condizionato.
Le neuroscienze ci forniscono indicazioni più specifiche circa le reazioni innescate da una situazione di pericolo, le quali chiaramente dipendono dal circuito primitivo della paura (compresa l’amigdala) caratterizzato dalla sua velocità, ma che mancano di risposte univoche e possono essere attivate anche da stimoli innocui percepiti erroneamente come pericolosi. Il ricordo del terrore traumatico di cui parlavamo pocanzi è immagazzinato nella memoria implicita e può essere innescato da uno stimolo condizionato legato ad esperienze precedenti di pericolo. Tale terrore a sua volta è l’espressione di dinamiche che interessano aree vulnerabili della psiche del soggetto.  Queste ricostruzioni mnestiche possono avere la stessa potenza del trauma reale, come se fossero dei micro-deliri, e fanno sì che si instauri una sorta di cortocircuito tra corpo e psiche, in cui il terrore rinforza le reazioni somatiche e il vissuto psichico legato all’esperienza rivissuta. Va sottolineato che quando parliamo di memoria non ci riferiamo tanto ai fatti quanto alla “memoria della psiche”; in un periodo stressante possono essere messe a dura prova degli aspetti psichici inconsci del soggetto e aumentano le possibilità che riemergano dinamiche disfunzionali in situazioni che apparentemente non sembrano correlate con una reazione di panico.
Emerge come, per affrontare un disturbo così complesso, sia bene affidarsi a dei professionisti; la psichiatria e la psicoterapia sono gli strumenti di elezione per trattare questi disturbi, in taluni casi può essere auspicabile un lavoro di sinergia tra le due scienze, in altri potrebbe servirne una: l’obiettivo è sempre la ritrovata salute del paziente. 
Nello specifico il trattamento psicofarmacologico è finalizzato a ridurre la reazione neurovegetativa e può essere davvero determinante in alcun casi per permettere al soggetto di lavorare su di sé in psicoterapia, e quindi di potere affrontare un lavoro nell’ottica di uno sviluppo strutturale della persona.
Esistono diversi approcci psicoterapici, in questa sede ci soffermeremo brevemente su quello psicodinamico, sempre in relazione ai disturbi d’ansia, senza nulla voler togliere alla validità e alla bontà degli altri metodi.
Quello psicodinamico dunque, è un approccio che focalizza il lavoro con il paziente sulle dinamiche consce e inconsce che sottendono e scatenano il sintomo stesso. Una psicoterapia psicodinamica si pone come obiettivo, potremmo dire, una maggior consapevolezza di sé tramite l’integrazione di dinamiche non avvertite consciamente. All’interno dell’approccio psicodinamico si colloca la psicologia analitica di Jung, la finalità dell’analisi junghiana è di facilitare il processo autonomo di crescita, guarigione, e ri-equilibrio della persona. Quindi nel caso degli attacchi di panico la terapia non si focalizza sul sintomo, ma soprattutto sulle dinamiche che lo generano; si esplorano le radici psicologiche del disagio che limitano l’espressione del potenziale umano del paziente, si tende ad ottenere un riadattamento del soggetto alla realtà che sia però inclusivo dei bisogni e delle motivazioni più profonde e autentiche del soggetto.  Ad esempio, andremo a recuperare il significato che ha avuto per un bambino di 4 anni perdersi al supermercato, le dinamiche coinvolte nell’evento e rimaste inelaborate negli anni. Da soli, i nostri ricordi d’infanzia non ci libereranno dagli attacchi di panico, ma andando a lavorare sulle tracce psichiche ed emotive che hanno lasciato, e che riemergono a sorpresa nel presente in occasioni solo apparentemente senza nesso, il paziente può acquisire una nuova consapevolezza di sé. Il punto di osservazione non è la situazione ma l’emozione, la sensazione, la percezione di sé che scatena un attacco. Una volta che le dinamiche psichiche potranno sbloccarsi ed essere reintegrate, potranno potenzialmente portare ad una sua trasformazione autentica e profonda. Non a caso molto spesso il sintomo (nel nostro caso gli attacchi di panico) recede durante il percorso psicoanalitico spontaneamente, senza cioè intervenire direttamente su di esso.
Concludiamo esortando chi soffrisse di disturbi d’ansia a non aver paura e chiedere un supporto professionale in quanto la complessità e la delicatezza di tali disturbi esige preparazione, serietà e competenza. I disturbi d’ansia possono essere trattati e questo richiede una giusta dose di impegno e tempo nonché un’assunzione di responsabilità nei confronti del proprio benessere psicologico.

 

 

A cura di:

 

Roberta Cicchelli

Psicologa – Psicoterapeuta – Psicosomatista
Specializzazione in psicoterapia e psicosomatica ad orientamento psicodinamico e psicoanalitico

Email: robertacicchelli@yahoo.it

Instagram: @Psychologici

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