Quando la paura guida le scelte

Riconoscere i meccanismi che mantengono ansia e insoddisfazione

Una storia che incontriamo spesso in studio

Laura* ha 37 anni e arriva in terapia con una sensazione difficile da spiegare ma molto chiara per chi la vive: quella di essere sempre “un passo indietro” rispetto alla propria vita.
Non perché manchino le risorse — Laura è una persona intelligente, curiosa, piena di interessi — ma perché ogni volta che una situazione diventa importante, entra in gioco una paura profonda che la blocca.

Accade sul lavoro, soprattutto quando sente di essere osservata o valutata. Accade nelle relazioni affettive, quando un legame inizia a diventare più intimo. In questi momenti la mente si svuota, il corpo si irrigidisce, e prende forma un’urgenza chiara: allontanarsi, chiudere, lasciare.

Col tempo, questo schema si è ripetuto più volte. Relazioni iniziate con slancio, poi progressivamente vissute come soffocanti o “sbagliate”, fino alla rottura. Cambiamenti lavorativi frequenti, spesso accompagnati dalla sensazione di non essere mai davvero all’altezza. Dopo ogni chiusura, lunghi periodi di tristezza, colpa e solitudine.

Guardare oltre lidea di autoboicottaggio”

Spesso chi vive queste difficoltà si descrive come “incapace di tenere le cose”, “discontinua”, “sbagliata”. Anche dall’esterno può sembrare che ci sia una tendenza a rovinare ciò che si costruisce.

In una prospettiva clinica, però, è importante fermarsi un momento e guardare più a fondo.
Questi comportamenti non sono casuali, né segni di debolezza: hanno una loro logica.

La paura, in queste storie, non è il problema da eliminare. È una risposta appresa, una strategia che ha permesso alla persona di proteggersi da esperienze vissute come troppo dolorose o pericolose: il giudizio, l’abbandono, il sentirsi “smascherata” nella propria presunta inadeguatezza.

Andarsene prima, chiudere, ritirarsi, permette di evitare l’esperienza più temuta: scegliere davvero e scoprire, magari, che non basta.

Dal sentirsi vittima al tornare protagonisti

Uno dei passaggi più delicati del lavoro terapeutico riguarda il modo in cui la persona si colloca nella propria storia.
Quando la vita è vissuta principalmente come qualcosa che “accade addosso”, ci si sente facilmente vittime degli eventi, delle relazioni, delle richieste esterne. Questa posizione ha una funzione protettiva, ma nel tempo diventa molto costosa: mantiene la paura e impedisce di costruire continuità.

Il lavoro non consiste nel “responsabilizzare” in senso morale, né nel colpevolizzare. Consiste piuttosto nel favorire un piccolo ma fondamentale spostamento: riconoscere il proprio ruolo attivo, anche quando si ha paura.

Diventare più protagonisti della propria esperienza non significa essere sicuri, né avere tutte le risposte. Significa poter dire:
“Questa scelta è mia, anche se mi spaventa.”
“Posso restare, senza sapere ancora come andrà.”

Un lavoro possibile, graduale

Nei percorsi terapeutici che incontrano questo tipo di funzionamento, l’obiettivo non è eliminare l’ansia o trovare la decisione “giusta” una volta per tutte. È aiutare la persona a tollerare l’incertezza, a sostenere il peso delle proprie scelte senza trasformarle in prove definitive del proprio valore.

Quando questo diventa possibile, la paura perde gradualmente il suo potere di comando. Non scompare, ma smette di decidere al posto della persona.

E da lì, spesso, iniziano a prendere forma relazioni e progetti più stabili, non perché finalmente “perfetti”, ma perché abitati con maggiore presenza e continuità.

* nome fittizio

A cura di:

Alessandra Favaro 

Psicologa – Psicoterapeuta costruttivista
Membro Associazione Italiana Formatori (AIF)

Psicologia e psicoterapia clinica individuale e di coppia
Supervisone casi clinici individuale e di gruppo
Formazione Medici, Psicologi, Operatori Sanitari

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