Adolescenza: non sempre serve fare… ma esserci

Adolescenza: non sempre serve fare… ma esserci

«Non so più cosa fare con mio figlio.» È una delle frasi che i genitori di adolescenti ripetono più spesso.

Hanno provato a parlare, a spiegare, a rimproverare, a togliere il telefono, a essere più presenti, a lasciargli più spazio. Hanno cercato strategie, consigli, regole nuove.

Eppure sentono che, più fanno, più il figlio si chiude.

Questo perché l’adolescenza è una fase della vita in cui, paradossalmente, il “fare” del genitore rischia di diventare troppo, mentre ciò di cui il ragazzo ha più bisogno è sentire che il genitore c’è, anche nel mezzo della tempesta.

Un caso clinico

Giulia*, 15 anni, passa gran parte del tempo chiusa in camera. Parla poco, risponde a monosillabi, gira per casa sbattendo le porte, a scuola il rendimento è calato.

La madre racconta in seduta:

«Provo in tutti i modi a farla parlare. Le chiedo cos’ha, come sta, cosa è successo a scuola. Le propongo di uscire insieme, di guardare un film. Ma più mi avvicino, più lei si allontana.»

Il padre, più silenzioso, aggiunge: «A volte penso che dovremmo lasciarla stare, ma poi mi sembra di abbandonarla.»

Sono due genitori attenti, presenti, preoccupati. Eppure Giulia si sente soffocata e, allo stesso tempo, sola.

Il compito evolutivo dell’adolescente: separarsi senza perdersi

Dal punto di vista sistemico-relazionale, l’adolescenza è la fase in cui il ragazzo deve fare un lavoro molto delicato: prendere distanza dai genitori senza rompere il legame.

Per farlo, ha bisogno di sentire che:

  • può allontanarsi senza essere inseguito
  • può chiudersi senza essere forzato ad aprirsi • può essere in silenzio senza che quel silenzio spaventi troppo i genitori

Quando il genitore è molto preoccupato, tende naturalmente a fare di più: più domande, più tentativi di dialogo, più controllo, più presenza.

Ma l’adolescente legge tutto questo come una difficoltà del genitore a tollerare la distanza. E allora si allontana ancora di più.

La necessità di “fare”, a volte, nasce dall’ansia del genitore.

Spesso i genitori non si rendono conto che molte delle loro azioni nascono da un pensiero sottostante:

“Se non faccio qualcosa, sto sbagliando.”

Ma l’adolescenza non è una fase da “aggiustare”. È una fase da attraversare.

E per il ragazzo è molto rassicurante sentire che il genitore riesce a reggere questa fase senza andare nel panico.

Cosa significa “esserci”

Esserci non significa controllare. Non significa interrogare. Non significa trovare subito una soluzione.

Significa, per esempio:

  • essere disponibili quando il ragazzo decide di parlare (anche in momenti scomodi)
  • tollerare il silenzio senza riempirlo subito
  • mantenere una presenza stabile, non invadente
  • continuare a fare il genitore, anche quando sembra che il figlio non ne abbia bisogno

L’adolescente ha bisogno di sentire che può tornare, quando vuole, e trovare il genitore lì. Non agitato, non invadente, ma presente.

Un cambiamento sottile che cambia molto

Nel lavoro con i genitori di Giulia, il passaggio non è stato trovare nuove strategie, ma aiutarli a fare meno.

Meno domande. Meno tentativi di dialogo forzato. Meno interpretazioni.

Più fiducia. Più calma.

Più presenza silenziosa.

Dopo alcune settimane, Giulia ha iniziato spontaneamente a fermarsi in cucina mentre la madre preparava la cena. Non parlava molto, ma restava lì.

E quello è stato il primo vero segnale di riavvicinamento.

A volte la fatica più grande per i genitori è proprio questa: tollerare di non sapere cosa fare.

Uno spazio di confronto può aiutare a comprendere cosa sta accadendo nella relazione e a sostenere i genitori nel trovare una modalità di presenza che non alimenti la distanza, ma la renda attraversabile.

Perché nell’adolescenza, spesso, la domanda non è: “Cosa devo fare con mio figlio?”

Ma piuttosto: “Come posso esserci, mentre lui prova a diventare se stesso?”

*Nome di fantasia

 

A cura di:

Claudia Giancola

Psicologa, psicoterapeuta sistemico-relazionale