Vergogna: l’emozione silenziosa che ci abita

(ossia quando il problema non è ciò che fai, ma ciò che credi di essere)

Iniziamo con la storia di Anna (nome di fantasia).

Ha trentadue anni e una vita che, da fuori, sembra funzionare: lavoro stimolante, amicizie solide, una relazione “buona”. Eppure, in molte situazioni quotidiane, qualcosa dentro di lei si ritrae. Quando deve parlare in riunione, il cuore accelera, le mani sudano. Sa cosa vorrebbe dire, ma una voce interna la interrompe: «Non sei abbastanza intelligente. Qualcuno se ne accorgerà». Così tace, anche quando avrebbe contributi utili.

Con gli amici è brillante, autoironica. Spesso anticipa le critiche: «Sono un disastro», dice sorridendo. Ma dentro sente una fitta. Non è leggerezza: è un modo per disinnescare lo sguardo dell’altro prima che diventi pericoloso.

Nella relazione fatica a mostrarsi vulnerabile. Quando si sente ferita, minimizza. Chiedere rassicurazione le sembra eccessivo, quasi indegno. Meglio non pesare. «È come se mi mancasse l’aria», racconta. «Una parte di me vorrebbe sparire. Non perché ho fatto qualcosa di male, ma perché mi sento sbagliata».

Che cos’è la vergogna, e perché è così potente?

Anna non usa questa parola vergogna. La vergogna raramente si presenta con un nome: si nasconde dietro silenzio, ironia, perfezionismo, ritiro. È discreta ma potentissima, capace di modellare una vita intera senza essere nominata.

A differenza di emozioni come paura o rabbia, la vergogna riguarda l’identità. Non dice “ho sbagliato”, ma “sono sbagliato”. Coinvolge corpo, pensieri, relazioni.

Dal punto di vista evolutivo è un segnale relazionale: avverte del rischio di esclusione. Per un bambino, l’esclusione equivale a una minaccia alla sopravvivenza. Per questo è radicata nel sistema nervoso e si trasmette tra generazioni. Entro certi limiti è adattiva: favorisce la cooperazione. Diventa problematica quando da segnale temporaneo si trasforma in lente stabile con cui guardiamo noi stessi.

Come impariamo a vergognarci?

Nessuno nasce vergognandosi di sé. La vergogna prende forma nelle relazioni, soprattutto nei primi anni (perfino durante la gestazione), quando l’espressione spontanea del bambino incontra risposte ripetutamente invalidanti. Talvolta sono episodi espliciti — rimproveri umilianti, derisione — ma più spesso segnali sottili: uno sguardo critico, un abbraccio che si ritrae, un’emozione ignorata. Il messaggio implicito non è “hai sbagliato”, ma “così come sei non vai bene”.

Il bambino, dipendente dallo sguardo dell’altro, non può rischiare di perdere la relazione. E allora si adatta: attenua parti di sé, ne ipertrofizza altre. La vergogna diventa una bussola che orienta verso ciò che appare accettabile. Col tempo l’adattamento si automatizza: anche senza giudizi esterni, la voce è interiorizzata.

Un’altra storia. Luca (nome di fantasia) ha quarantacinque anni ed è considerato affidabile. Non salta scadenze, non chiede aiuto. In terapia parla di una tensione costante, come se stesse per essere smascherato.

Da bambino ha imparato che mostrare emozioni era inutile. I genitori non erano violenti, ma assenti. Quando piangeva, nessuno arrivava. Quando era felice, nessuno lo notava davvero. Ha sviluppato una convinzione silenziosa: “se ho bisogno degli altri, c’è qualcosa che non va in me. Non devo aver bisogno”.

Oggi questa convinzione si manifesta come autosufficienza estrema. Non si sente apertamente inadeguato; si sente solo. Anche questa è vergogna: non quella che brucia, ma quella che isola.

Le storie di Anna e Luca mostrano come la vergogna assuma forme diverse, adattate alla storia di accudimento, ma con la stessa funzione: proteggere dalla ferita dell’esclusione e mantenere il legame.

La vergogna nel corpo

La vergogna è anche corporea: rossore, calore, tensione allo stomaco, senso di collasso. Neurobiologicamente è spesso legata all’immobilizzazione: il corpo si prepara a “non farsi vedere”. Per questo, nei momenti intensi, è difficile parlare o pensare con chiarezza. Non è debolezza: è fisiologia.

Per non sentirla sviluppiamo strategie: perfezionismo, ipercompetenza, autoironia costante, ritiro emotivo, aggressività difensiva, evitamento dell’intimità. Funzionano, per un po’. Ma hanno un costo: ci allontanano da noi stessi e dagli altri.

La vergogna prospera nel segreto e si indebolisce quando viene portata alla luce in un contesto sicuro. Non serve raccontare tutto a tutti: basta una relazione in cui l’esperienza possa essere riconosciuta senza giudizio.

Per Anna il cambiamento inizia quando riesce a dire: «C’è una parte di me che si vergogna di esistere». Non viene respinta. In quel momento la vergogna non è più ciò che è, ma qualcosa che prova.

Lo stesso accade a Luca quando riconosce che una parte di lui teme la dipendenza, ma che l’adulto può chiedere aiuto e prendersi cura di sé.

In psicoterapia la vergogna è spesso presente fin dall’inizio, anche se non nominata: nel timore di dire troppo o troppo poco, nella paura di essere giudicati. Un lavoro efficace non la smonta con argomenti razionali né la rassicura prematuramente. Prima crea un clima in cui l’esperienza possa emergere senza essere corretta.

Molti approcci condividono un principio: la vergogna non è un nemico, ma una parte che ha avuto una funzione protettiva. Quando può essere riconosciuta come esperienza e non come identità, si apre uno spazio nuovo. Il terapeuta diventa testimone regolato, presente e sintonizzato. Attraverso questa relazione l’esperienza originaria di umiliazione o invisibilità può essere aggiornata.

Lavorare con la vergogna non significa eliminarla, ma imparare a starle accanto senza esserne travolti. Significa sviluppare uno sguardo interno più gentile, capace di vedere nelle difficoltà non difetti personali, ma adattamenti intelligenti a contesti difficili.

Quando la vergogna viene accolta, perde potere. Quando è vista, non ha più bisogno di nascondersi.

E ciò che prima si ritraeva può tornare a occupare spazio. Non perché è diventato perfetto, ma perché ha scoperto di avere diritto di esserci.

Il primo passo non è cambiare chi siamo, ma iniziare a guardarci con più curiosità e rispetto. Spesso è da qui che comincia il movimento più importante.

 

A cura di:

Dott.ssa Antonella Stella

Psichiatra – Psicoterapeuta- Istruttore protocolli basati sulla Mindfulness

 

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