La medicina Mente-Corpo

Negli ultimi anni sentiamo sempre più spesso parlare di medicina mente-corpo e di approccio olistico alla salute e alla malattia. Cercheremo di ricostruire le origini storiche di questi approcci e di ripercorrere le tappe principali che hanno consentito di supportarle da un punto di vista scientifico.

Sin dall’antichità è stata ipotizzata l’esistenza di una interconnessione tra mente e corpo. Secondo le pratiche antiche della medicina orientale (Cinese, Ayurvedica, Tibetana, Vietnamita …) il corpo va considerato nel suo insieme secondo una visione olistica, ovvero di un tutto interconnesso che presenta caratteristiche proprie, non riconducibili alla somma delle singole parti. La Medicina Cinese ha evidenziato la correlazione esistente tra organi, energia ed emozioni, per cui ogni organo è caratterizzato da una specifica energia cui corrisponde una specifica emozione; secondo questa concezione, ad esempio, il fegato corrisponderebbe all’emozione della rabbia, il rene a quella della paura e il polmone a quella della tristezza.

E la Medicina Occidentale come si pone riguardo questa prospettiva?
In tempi più recenti anche la Medicina Occidentale si sta orientando sempre più a considerare il corpo umano secondo una visione d’insieme con l’obiettivo di prendere le distanze da una concezione dell’organismo visto come un insieme di organi separati tra loro.
Sono sempre più numerosi i medici e gli operatori sanitari che si interessano di questi temi e integrano nella pratica quotidiana concetti che si rifanno all’unità psichesoma, nonostante la non facile integrazione con la medicina convenzionale.
In questo scenario si colloca la PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia), la disciplina che studia i rapporti tra psiche, sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario.
Intorno agli anni Settanta del secolo scorso, allo sviluppo della PNEI hanno contribuito in modo significativo gli studi condotti dalla neuroscienziata e farmacologa americana Candace Pert direttrice del Centro di Biochimica Cerebrale del National Institute for Menthal Health. Attraverso le sue ricerche, che le sono valse la candidatura al Nobel, ha scoperto l’esistenza delle endorfine e di un vasto numero di neuropeptidi, mettendo in evidenza che queste sostanze sono presenti e attive non solo nel sistema nervoso ma anche nel sangue, nel sistema immunitario e nell’intestino. I neuropeptidi sono proteine che vengono prodotte dal sistema nervoso centrale, dal periferico e anche da parte delle cellule appartenenti a sistemi diversi, come il sistema endocrino, immunitario e digerente, Questa scoperta ha dimostrato l’esistenza di una fisiologica comunicazione e interdipendenza tra questi sistemi. I neuropeptidi possono essere considerati come molecole “psichiche”, che trasmettono informazioni ormonali, metaboliche e anche “emozioni”: Ogni stato emotivo (piacere, paura, amore, ansia, dolore, ira…), con le sue svariate sfumature, è veicolato quindi nel corpo da specifici neuropeptidi.
In tempi recenti le conoscenze relative al funzionamento di questi sistemi (psichico, nervoso, endocrino, immunitario) si sono evolute al tal punto da modificarne radicalmente la visione e il loro funzionamento. Questi apparati hanno tutti una stretta interazione reciproca e il cervello, a sua volta, modula i rapporti tra il corpo e gli stimoli esterni. Citando la parole pronunciate dal Prof. Soresi nell’introduzione al libro Il Metodo Simonton Anticancro scritto da Cornelia Kaspar leggiamo:
con la PNEI, si spiega perfettamente come le singole cellule comunichino tra di loro e come le emozioni possano influenzare il percorso biologico del nostro organismo attraverso l’attivazione del sistema immunitario con il sistema neuroendocrino e con le strutture limbiche, emozionali del cervello (ipotalamo e amigdala), anch’esse su base neuroendocrina. In altre parole, la PNEI rimette in gioco l’importanza della relazione medico-paziente e dell’effetto placebo e riporta la medicina a una visione olistica dell’organismo”.

Quali possono essere le applicazioni in ambito clinico di queste importantissime scoperte scientifiche?
Risalgono agli anni Ottanta del secolo scorso le pubblicazioni dei coniugi Carl Simonton e Stephanie Metthews-Simonton, rispettivamente medico oncologo e psicologa, che sostenevano l’importanza dell’atteggiamento mentale dei malati oncologici mentre subivano i trattamenti terapeutici. Questi studi pioneristici andavano ad avvallare l’ipotesi di una connessione tra pensieri, emozioni e funzionalità del sistema immunitario apportando un cambiamento di visione straordinario, se si pensa che solo fino a una ventina di anni fa termini come emozione, mente, coscienza non erano nemmeno riportati nei testi di medicina in quanto il corpo era considerato una realtà a sé, separato dalla mente. Avremo modo di approfondire le applicazioni di questo metodo e di cogliere l’occasione per riportare l’attenzione a queste parole di sapienza antica: “In tutti gli uomini è la mente che dirige il corpo verso la salute o verso la malattia, come verso tutto il resto.” (Antifonte, filosofo greco del V secolo a.C.).

 

 

 

 

 

A cura di:

Psichiatra – Psicoterapeuta
Scuola di Specializzazione in psicoterapia cognitiva ad indirizzo costruttivista (CESIPc)

Elena Canavese

Counseling – Relazioni d’aiuto
Terapeuta certificata con metodo psico-oncologico Simonton e Social media content manager

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